La Cassazione distingue tra comunione ed esercizio di attività d’impresa

countryside-920867_960_720

Conformemente a quanto indicato nell’art. 2555 Cod. Civ., l’azienda può formare parte dell’asse ereditario lasciato dal de cuius in favore dei propri eredi.

Nel caso in cui ciò avvenga, occorre tuttavia distinguere le ipotesi di azienda ereditaria costituente una comunione fra gli eredi ed esercizio di attività d’impresa, mediante utilizzo dell’azienda ereditaria, da parte degli eredi.

La Suprema Corte, riformando parzialmente una pronuncia della Corte d’appello de L’Aquila che, a sua volta, accoglieva l’impugnazione principale di una sentenza del Tribunale di Teramo, ha preso posizione su tale argomento, muovendo dall’orientamento consolidato degli Ermellini (Cass. Civ., 3380/1991; Cass. Civ., 15634/2006; Cass. Civ., 3029/2009; Cass. Civ., 21632/2010; Cass. Civ., 29773/2017).

Per il palazzaccio, infatti, “l’azienda ereditaria forma oggetto di comunione fin tanto che rimangano presenti gli elementi caratteristici della comunione, e cioè fino a quando i coeredi si limitino a godere in comune l’azienda relitta dal de cuius, negli elementi e con la consistenza in cui essa è caduta nel patrimonio comune” (Cass. Civ., 10188/2019).

Ma se, all’opposto, l’azienda “viene ad essere esercitata con fine speculativo, con nuovi incrementi e con nuovi utili derivanti dal nuovo esercizio, possono verificarsi due ipotesi: o l’impresa è esercitata, d’accordo, da tutti i coeredi, [così che] la comunione incidentale si trasforma in società tra i coeredi, ovvero la continuazione dell’esercizio dell’impresa è effettuata da uno o da alcuni dei coeredi soltanto, ed allora la comunione incidentale è limitata all’azienda come relitta dal de cuius, con gli elementi – materiali e immateriali – esistenti al momento dell’apertura della successione mentre il successivo esercizio, con gli incrementi personalmente apportati dal coerede o dai coeredi che lo effettuano e con gli utili e le perdite conseguenti, non può essere imputato che al coerede o ai coeredi predetti” (Cass. Civ., 1810/1968; Cass. Civ. 2430/1973; Cass. Civ., 1366/1975).

Per la Corte l’accertamento compiuto in proposito dal giudice di merito, involgendo l’apprezzamento di elementi di fatto, è incensurabile in Cassazione se sorretto da motivazione adeguata ed esente da vizi logici o errori di diritto; in termini del tutto analoghi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...