La giurisprudenza di merito ammette la costituzione di parte civile nei confronti dell’Ente nei processi per responsabilità ex D. Lgs. 231/2001

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Il D. Lgs. 231/2001 non prende posizione sulla possibilità della costituzione di parte civile nei confronti dell’ente, disponendo all’art. 34 che “per il procedimento relativo agli illeciti amministrativi dipendenti da reato, si osservano le norme [del Capo III del D.Lgs. 231/2001] nonché, in quanto compatibili, le disposizioni del codice di procedura penale” .

Un ulteriore aspetto processuale utile in tal senso è quello contenuto nel successivo art. 35 che prevede che “all’ente si applicano le disposizioni processuali relative all’imputato, in quanto compatibili”.

Con ordinanza, la giurisprudenza di merito (Trib. Trani, 07/05/2019), si è schierata a favore dell’ammissibilità della costituzione di parte civile nei confronti dell’ente incolpato dell’illecito amministrativo ex D. Lgs. 231/2001 cambiando, scientemente, prospettiva rispetto all’orientamento accolto dalla Suprema Corte (Cass. Pen., 2251/2010).

L’originalità della decisione del collegio pugliese è, infatti, rappresentata dall’ammissione, nel procedimento penale relativo al disastro ferroviario sulla linea Andria-Corato, della costituzione di parte civile nei confronti della società “imputata” Ferrotramviaria S.p.A. ex art. 25-septies D. Lgs. 231/2001.

L’ordinanza, invero, non si allinea alla precedente pronuncia del giudice dell’udienza preliminare che, sulla scia tracciata dalla Corte di Cassazione, aveva escluso che fosse ammissibile la costituzione delle parti civili nei confronti di Ferrotramviaria S.p.A. ma, revocandola, elabora una nuova lettura di quello che definisce “uno dei temi maggiormente controversi tra quelli concernenti i profili processuali del sistema normativo relativo alla responsabilità amministrativa da reato delle persone giuridiche”.

Secondo il Tribunale “il legislatore, sul punto, non è rimasto silente, ma ha espressamente individuato un sistema di rinvio ricettizio alle disposizioni generali sul procedimento in base a quanto disposto dagli artt. 34 e 35, di talché deve escludersi che debba farsi ricorso all’analogia”.

Peraltro, il fatto che l’art. 17 del D. Lgs. 231/2001 faccia riferimento al risarcimento da parte dell’ente dei danni cagionati e delle conseguenze dannose e pericolose causate “si traduce nel diritto delle persone offese o danneggiate di esercitare l’azione risarcitoria diretta nei confronti dell’ente, per fatto proprio, diversa dall’azione indiretta, esercitata nei suoi confronti quale responsabile civile”.

La pronuncia non è stata esente da discussione critica da parte della magistratura. Sul punto, infatti, il Giudice dell’Udienza Preliminare, nella precedente, contraria, decisione, aveva fatto leva sugli argomenti che tradizionalmente costituiscono i capisaldi della c.d. tesi negazionista.

Era stata sollevata, infatti, l’assenza, nel D.Lgs. n. 231 del 2001, di qualsiasi riferimento espresso alla parte civile, argomento che militava a favore della tesi secondo la quale il Legislatore fosse consapevole dell’esclusione della ammissibilità della costituzione di parte civile nei confronti dell’Ente.

Tale argomento era stato rafforzato anche facendo ricorso alla natura dell’illecito dell’Ente: era stata smentita qualsiasi identificazione dell’illecito amministrativo dell’ente con il reato asseritamente commesso dai suoi vertici o dipendenti e, nello stesso tempo, affermato che presupposto per la costituzione dell’Ente è solo la commissione di un reato e non anche quella di un illecito amministrativo da esso derivante.

Come se ciò non fosse bastato si era escluso l’eventualità di contrasto tra le norme del decreto, così interpretate, e gli artt. 3 e 24 Cost., potendo il danneggiato comunque citare l’Ente come responsabile civile ai sensi dell’art. 83 c.p.p. nel processo volto all’accertamento della responsabilità penale delle persone fisiche.

Sempre il GUP aveva ricordato come la propria lettura fosse in linea con quanto affermato dalla Corte di Giustizia nella sentenza Giovanardi (C. Giust., C-79/2011) e fosse stata precedentemente adottata anche dalla Consulta (C. Cost., 218/2014).

Il Tribunale ha proprio richiamato l’orientamento della Suprema Corte secondo la quale “in tema di costituzione di parte civile, l’indicazione delle ragioni che giustificano la domanda risarcitoria è funzionale esclusivamente all’individuazione della pretesa fatta valere in giudizio, non essendo necessaria un’esposizione analitica della «causa petendi», sicchè per soddisfare o requisiti di cui all’art. 78 lett., d), cod. proc. pen., è sufficiente il mero richiamo al capo di imputazione descrittivo del fatto, allorquando il nesso tra reato contestato e la pretesa risarcitoria risulti con immediatezza” (Cass. Pen., 32705/2014).

Secondo i giudici pugliesi va accolta la testi c.d. estensiva ammettendo la possibilità per il danneggiato di avanzare la propria pretesa risarcitoria direttamente nei confronti dell’Ente nell’ambito di un procedimento penale instaurato anche nei confronti della persona giuridica per accertare la responsabilità dell’illecito amministrativo dipendente da reato.

Ciò perché, secondo l’ordinanza che mutua dalla posizione già assunta dalle Sezioni Unite della Suprema Corte, il D.lgs. 231/2001 “rappresenta l’epilogo di un lungo cammino volto a contrastare il fenomeno della criminalità d’impresa, attraverso il superamento del principio, insito nella tradizione giuridica nazionale, societas delinquere non potest e nella prospettiva di omogeneizzare la normativa interna a quella internazionale di matrice prevalentemente anglosassone, inspirato al c.d. pragmatismo giuridico” (Cass. Pen., 26654/2008).

Anche se probabilmente la partita sul tema non può dirsi conclusa, se tale pronuncia venisse consolidata, coloro che hanno adottato un Modello di organizzazione, gestione e controllo con funzioni di prevenzione e contrasto dei reati sanzionati dal D.Lgs. 231/2001 hanno, pertanto, l’obbligo di aggiornare la propria normativa interna tenendo conto della portata di questa pronuncia.

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