È penalmente rilevante la maggior difficoltà di verifica delle scritture contabili senza che si addivenga all’occultamento od alla distruzione delle stesse

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La Suprema Corte, in un giudizio di impugnazione in cui si rigettato un ricorso avverso una decisione della Corte d’Appello di Firenze che a sua volta confermava una sentenza del Tribunale di Pistoia, è intervenuta per definire in maggior dettaglio le condotte indicate all’art. 10 D.Lgs. 74/2000.

Tale norma prevede sanzione penale a carico di “chiunque, al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, ovvero di consentire l’evasione a terzi, occulta o distrugge in tutto o in parte le scritture contabili o i documenti di cui è obbligatoria la conservazione, in modo da non consentire la ricostruzione dei redditi o del volume di affari”.

Gli Ermellini, forti di un precedente già esaminato nella giurisprudenza della Corte (Cass. Pen. 20748/2016), hanno confermato che l’illecito richiamato “è da considerare integrato in tutti i suoi elementi anche nella ipotesi in cui sia stato possibile egualmente ricostruire le operazioni compiute dal contribuente, posto che il legislatore ha inteso sanzionare anche il solo comportamento che abbia reso, sebbene non impossibile, anche soltanto più difficoltosa l’attività di verifica fiscale a causa dell’avvenuta distruzione ovvero occultamento delle scritture contabili obbligatorie” (Cass. Pen., 37348/2019).

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