Rapporti tra il reato di bancarotta per distrazione e l’autoriciclaggio

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La Suprema Corte, in un giudizio avverso un’ordinanza del Tribunale di Palermo impugnata dalla Procura della Repubblica, si è pronunciata sul rapporto tra il reato di autoriciclaggio e la fattispecie di bancarotta per distrazione.

Al riguardo la prima figura delittuosa prevista dall’art. 648-ter Cod. Pen. punisce “chiunque, avendo commesso o concorso a commettere un delitto non colposo, impiega, sostituisce, trasferisce, in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative, il denaro, i beni o le altre utilità provenienti dalla commissione di tale delitto, in modo da ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa”, escludendo dal campo applicativo della norma in esame i comportamenti di “mera utilizzazione” e di “godimento personale”.

Gli Ermellini hanno precisato che l’autoriciclaggio è un’ipotesi “di pericolo concreto, dal momento che esso non lascia dubbi circa la necessità che il giudice penale sia costretto a valutare l’idoneità specifica della condotta posta in essere dall’agente ad impedire l’identificazione della provenienza delittuosa dei beni.  Ne consegue, che per la configurabilità del reato di autoriciclaggio, si richiede una condotta dotata di particolare capacità dissimulatoria, idonea a provare che l’autore del delitto presupposto abbia effettivamente voluto attuare un impiego finalizzato ad occultare l’origine illecita del denaro o dei beni oggetto del profitto” (Cass. Pen., 44198/2019).

Il portato giurisprudenziale di specie non è di certo una novità per la Suprema Corte – dal momento che in un recente passato tale teoria era già stata sostenuta (Cass. Pen., 8851/2019; Cass. Pen., 30401/2018; Cass. Pen., 1857/2016) – che, però, ha valutato il suo ambito fino al confine con quello della bancarotta per distrazione: secondo la Cassazione, infatti, quest’ultima fattispecie non è da qualificare reato presupposto rispetto all’autoriciclaggio.

La consumazione del delitto di bancarotta coincide con la pronuncia della sentenza dichiarativa di fallimento, ancorché la condotta, commissiva od omissiva, si sia esaurita anteriormente, in quanto detta sentenza ha natura di elemento costitutivo del reato (Cass. Pen., 40477/2018).

Sul punto, pertanto, la Cassazione ha confermato che “il ritenere punibile come autoriciclaggio il mero trasferimento delle somme distratte verso imprese (sul solo presupposto della fisiologica destinazione delle medesime all’operatività aziendale di queste ultime), finirebbe per sanzionare penalmente due volte la stessa condotta quando le somme sottratte alla garanzia patrimoniale dei creditori sociali siano dirette verso imprenditori, generando, rispetto a tale situazione specifica, un’ingiustificata sovrapposizione punitiva tra la norma sulla bancarotta e quella di cui all’art. 648-ter. 1 cod. pen.”.

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