Responsabilità dei soci per debiti societari insoddisfatti dopo l’avvenuta cancellazione della società dal Registro delle Imprese

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L’art. 2495 Cod. Civ. introduce il principio della responsabilità residuale dei soci per i debiti societari, stabilendo che dopo l’estinzione della società di capitali “i creditori sociali non soddisfatti possono far valere i loro crediti nei confronti dei soci, fino alla concorrenza delle somme da questi riscosse in base al bilancio finale di liquidazione”.

Nel merito, in un giudizio di impugnazione di una pronuncia della Corte d’Appello di Milano, è intervenuta la Suprema Corte sancendo che i debiti sociali ancora insoddisfatti “si trasferiscono in capo a dei successori e che, pertanto, la previsione di chiamata in responsabilità dei soci operata dal citato art. 2495 implichi, per l’appunto, un meccanismo di tipo successorio” (Cass. Civ., 31933/2019).

Nella propria pronuncia, la Corte richiamando il dibattito sugli effetti della cancellazione della società dal registro delle imprese, si è soffermata ad interrogarsi se ai fini di vedere affermata la responsabilità dei soci della società estinta verso i creditori insoddisfatti basti evocare, il dictum di legittimità fissato dalle SS.UU. (Cass. Civ., 6070/2013; Cass. Civ., 6071/2013; Cass. Civ., 6072/2013).

Chiudendo un cerchio di riflessione che si era aperto in precedenza presso la Suprema Corte (Cass. Civ., 4060/2010; Cass .Civ., 4061/2010; Cass. Civ. 4062/2010; Cass .Civ., 8426/2010; Cass. Civ., 8427/2010) la più recente lezione nomofilattica in tema ha portato a credere – non sembrando che la norma possa autorizzare la conclusione che con l’estinzione della società derivante dalla sua volontaria cancellazione dal registro delle imprese si estinguano anche i debiti ancora insoddisfatti che ad essa facevano capo, dato che se così fosse, si finirebbe col consentire al debitore di disporre unilateralmente del diritto altrui – come sia del “tutto naturale immaginare che questi debiti si trasferiscano in capo a dei successori e che, pertanto, la previsione di chiamata in responsabilità dei soci operata dal citato art. 2495 implichi, per l’appunto, un meccanismo di tipo successorio, che tale è anche se si vogliano rifiutare improprie suggestioni antropomorfiche derivanti dal possibile accostamento tra l’estinzione della società e la morte di una persona fisica”.

La ratio della norma, risiede “nell’intento d’impedire che la società debitrice possa, con un proprio comportamento unilaterale, che sfugge al controllo del creditore, espropriare quest’ultimo del suo diritto. Ma questo risultato si realizza appieno solo se si riconosce che i debiti non liquidati della società estinta si trasferiscono in capo ai soci, salvo i limiti di responsabilità nella medesima norma indicati. Il dissolversi della struttura organizzativa su cui riposa la soggettività giuridica dell’ente collettivo fa naturalmente emergere il sostrato personale che, in qualche misura, ne è comunque alla base e rende perciò del tutto plausibile la ricostruzione del fenomeno in termini successori”.

Nel richiamare la precedente giurisprudenza, la Corte (Cass. Civ., 7236/2018; Cass. Civ., 7724/2018; Cass. Civ., 7236/2018; Cass. Civ., 23916/2016) ha osservato che il tenore dell’art. 2495 Cod. Civ. stabilisce che “la responsabilità dei soci per le obbligazioni sociali non assolte è limitata alla parte da ciascuno di essi conseguita nella distribuzione dell’attivo risultante dal bilancio di liquidazione della società” e che sul creditore che intende agire nei confronti del socio grava l’onere della prova circa la distribuzione dell’attivo sociale e la riscossione di una quota di esso in base al bilancio finale di liquidazione, trattandosi di elemento della fattispecie costitutiva del diritto azionato dal creditore nei confronti del socio (Cass. Civ., 13259/2015).

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