Trattamento dei dati personali in caso di cessione del contratto e “criterio di minimizzazione”

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In un giudizio esperito con ricorso avverso una pronuncia della Corte d’Appello di Napoli – che, a sua volta riformava la sentenza di prime cure del Tribunale partenopeo – la Suprema Corte si è espressa in merito alla questione riguardante il trattamento dei dati personali in caso di cessione del contratto.

La pronuncia in oggetto ha anzitutto ricordato che “il trattamento delle informazioni personali effettuato nell’ambito dell’attività di recupero crediti sia lecito purché, avvenga nel rispetto del criterio di minimizzazione nell’uso dei dati personali, dovendo essere utilizzati solo i dati indispensabili, pertinenti e limitati a quanto necessario per il perseguimento delle finalità per cui sono raccolti e trattati, [principio] recentemente riaffermato con l’entrata in vigore dell’art. 5 lett. c) del regolamento europeo sulla protezione dei dati personali 2016/679” (Cass. Civ., 34113/2019).

Al riguardo la Corte ha sancito il principio di diritto ad avviso del quale il cedente non viola la disciplina sul trattamento dei dati personali “solo perché abbia fornito ai soggetti acquirenti del credito informazioni riguardanti la debitrice funzionali alla cessione del credito, quali la situazione debitoria, ubicazione dell’immobile vincolato alla garanzia del credito, etc., ove non venga fornita prova che la comunicazione a terzi sia avvenuta in violazione del principio sopra enunciato di «minimizzazione nell’uso dei dati personali»”.

La minimizzazione dei dati personali è uno dei principi generali in materia di privacy, fatto proprio sia dal Codice per la protezione dei dati personali, sia dal nuovo GDPR. L’idea alla base della minimizzazione si ravvisa nella necessità di limitare le operazioni di trattamento a quanto effettivamente necessario per il perseguimento delle finalità del titolare.

Nel caso di specie, gli Ermellini hanno evidenziato come l’accusa di lesione del diritto deve essere suffragata dalla necessità di dimostrare in maniera concreta e non generica quali dati sensibili sono stati oggetto di violazione. In difetto la censura deve essere rigettata con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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