Secondo la Cassazione, per la legge penale i dati informatici sono “beni mobili”

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La Suprema Corte, attivata a seguito dell’impugnazione di una sentenza emessa dalla Corte d’appello di Torino, è stata coinvolta nella questione riguardante la possibile riconduzione dei dati informatici alla categoria dei “beni mobili” per la legge penale (Cass. Pen., 11959/2020).

Gli Ermellini si sono pronunciati, muovendo da alcuni precedenti della giurisprudenza della Corte, secondo la quale:

  • in base ad un primo orientamento, è stato escluso che i dati informatici possano formare oggetto del reato di furto (art. 624 Cod. Pen.) “nel caso di semplice copiatura non autorizzata di [dati] contenuti in un supporto informatico altrui, poiché in tale ipotesi non si realizza la perdita del possesso della res da parte del legittimo detentore” (Cass. Pen., 44840/2010; Cass. Pen., 3449/2003);
  • di recente è stata assunta una posizione di segno opposto in relazione alla sottrazione di dati informatici e alla cancellazione dal server originario (Cass. Pen., 32383/2015).

Poiché la Corte aveva in passato escluso che i beni immateriali possano formare oggetto del reato di appropriazione indebita (art. 646 Cod. Pen.), “salvo che la condotta abbia ad oggetto i documenti che rappresentino i beni immateriali” (Cass. Pen., 47105/2014; Cass. Pen., 33839/2011), il Palazzaccio è pervenuto a qualificare i dati informatici come “beni mobili”, valorizzando il fatto che:

  • da una parte, “il file, pur non potendo essere materialmente percepito dal punto di vista sensoriale, possiede una dimensione fisica costituita dalla grandezza dei dati che lo compongono, come dimostrano l’esistenza di unità di misurazione della capacità di un file di contenere dati e la differente grandezza dei supporti fisici in cui i files possono essere conservati e elaborati”;
  • dall’altra, “pur se difetta il requisito della apprensione materialmente percepibile del file in sé considerato (se non quando esso sia fissato su un supporto digitale che lo contenga), di certo il file rappresenta una cosa mobile, definibile quanto alla sua struttura, alla possibilità di misurarne l’estensione e la capacità di contenere dati, suscettibile di esser trasferito da un luogo ad un altro, anche senza l’intervento di strutture fisiche direttamente apprensibili dall’uomo”.

Ne consegue che può ricondursi al reato di appropriazione indebita la condotta consistente nella “sottrazione da un personal computer aziendale, affidato per motivi dì lavoro, dei dati informatici ivi collocati, provvedendo successivamente alla cancellazione dei medesimi dati e alla restituzione del computer «formattato»”.

 

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