Alcuni chiarimenti da parte della Cassazione sul patto di non concorrenza

In un giudizio avverso una sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Roma che confermava una pronuncia del Tribunale Capitolino, la Suprema Corte con un’ordinanza (che poggia su precedenti giurisprudenziali del Palazzaccio) si è espressa sull’art. 2125 Cod. Civ. in materia di patto di non concorrenza con il quale si limita lo svolgimento dell’attività del prestatore di lavoro, per il tempo successivo alla cessazione del contratto (Cass. Civ., 9790/2020).

Per la Corte “il corrispettivo del patto di non concorrenza […] non ha natura risarcitoria ma costituisce il corrispettivo di un’obbligazione di non facere” e per quanto il patto di non concorrenza riguardi il tempo successivo alla cessazione del contratto di lavoro, “non è finalizzato ad incentivare l’esodo del lavoratore, né costituisce una erogazione che «trae origine dalla predetta cessazione», avendo piena autonomia causale rispetto alla fine del rapporto, che è mera occasione del patto”.

Secondo la Cassazione le clausole di non concorrenza “sono finalizzate a salvaguardare l’imprenditore da qualsiasi «esportazione presso imprese concorrenti» del patrimonio immateriale dell’azienda, nei suoi elementi interni (organizzazione tecnica ed amministrativa, metodi e processi di lavoro, eccetera) ed esterni (avviamento, clientela, ecc.), trattandosi di un bene che assicura la sua resistenza sul mercato ed il suo successo rispetto alle imprese concorrenti”.

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